Tre giorni: è il tempo che ho impiegato per decidere su quale fronte attaccare l’argomento.
Avevo due termini da avvicinare, Europa e Cultura. Facile, no? “Sono due parole semplici, le uso quasi quotidianamente, non ci metterò molto a capire come incastrarle”, ho pensato. Invece mi sono reso conto che affiancarle è già un lavoro a sé, non sai nemmeno quale congiunzione/preposizione/segno grafico usare per unirle. Europa+Cultura? Europa per la Cultura? Cultura in Europa? Niente da fare, nessuna definizione mi soddisfa.
Alla fine ho desistito da questo proposito ed ho cercato di aggirare il problema concentrandomi non sul come dirlo, ma piuttosto sul perché non riesco a dare una definizione precisa; e l’immagine che mi è saltata in mente è stata quella del classico elefante in cucina, un elemento di dimensioni abnormi che non riusciamo a vedere né a definire; non nell’accezione negativa, sia chiaro.
L‘Unione Europea già nel 1993 a Maastricht aveva capito che la cultura nell’intero territorio dell’Unione c’è, si vede e non va assolutamente ignorata; è un elemento di dimensioni importanti (un elefante appunto) che ha un potenziale e va salvaguardata e diffusa. Il che, in una società prevalentemente incentrata sullo sviluppo economico dei classici tre settori come l’allora CEE, equivale a considerare la cultura come un elemento di traino per lo sviluppo di un territorio unitario comune. Non male.
Allora se la cultura vale come motore economico nello sviluppo di un sentire comune, va postulato un piano strategico, un pensiero logico che sottolinei quale visione sta alla base del concetto di cooperazione delle economie della cultura e quali obiettivi rispondono a tale strategia di fondo: vale a dire una policy. A tale scopo risponde l’Agenda europea per la cultura in un mondo in via di globalizzazione, documento redatto, siglato e riconosciuto dall’intera Commissione Europea che sancisce l’importanza della cultura all’interno delle politiche economiche dell’Unione. Postulando la necessità di rafforzare l’idea di un’Europa compatta e strategicamente rilevante sulla scacchiera internazionale e il bisogno di trasformare la cultura in forza motrice, tre principi (objectives, secondo la terminologia usata dalla Commissione) formano la base dell’Agenda per la cultura:
- promuovere la diversità culturale ed il dialogo interculturale, attraverso il sostegno alla mobilità di operatori culturali (quindi non solo artisti ma anche amministratori della cultura) e di opere d’arte su tutto il territorio dell’UE;
- diffusione della cultura quale catalizzatore di creatività, dove le industrie culturali (creative industries: case discografiche, case editrici, gallerie d’arte, ovvero laddove le opere vengono acquistate e vendute) giocano un ruolo strategico nello sviluppo di un mercato economico della cultura;
- definizione della cultura come elemento strategico nelle relazioni internazionali.
In altre parole, nelle intenzioni della Commissione c’è il bisogno di trasformare l’Unione Europea da insieme di nazioni e regioni (l’Agenda per la cultura viene siglata nel 2007, anno di inclusione di Bulgaria e Romania; solo tre anni prima sono entrati a far parte dell’Unione tutta una serie di territori dell’Est Europa dal forte potenziale e sviluppo economico quali Polonia, Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria) a territorio compatto, sotto la guida di una politica comunitaria guidata dallo spirito di cooperazione (europea) e competitività (internazionale). La peculiarità del proposito sta nella messa in campo non di uno scheletro di leggi e decreti, quanto nella definizione di valori e propositi attraverso Regolamenti e Comunicazioni, dando vita così ad un sistema di soft power che lascia agli stati membri la libertà di agire secondo le proprie regole, inserite all’interno di un contesto definito e sancito da principi ed obiettivi generali. Non solo, ma l’intera politica comunitaria si basa sullo scambio di buone pratiche (good practices), ovvero su quei risultati strategici positivi ottenuti attraverso lo sviluppo di progetti che incarnino gli obiettivi generali, al fine di fornire ad altri soggetti interessati uno schema di sviluppo generico al quale riferirsi.
Oltre a tale documento programmatico che sottolinea l’importanza di costruire solide basi per una policy secondo i dettami della strategia di Lisbona 2020 (società della conoscenza, sviluppo della competitività e della cooperazione tra stati membri, sviluppo socio-economico basato sulla creatività e sull’innovazione tecnologica, ndr), la Commissione pone l’attenzione soprattutto sugli elementi già esistenti all’interno del panorama culturale europeo, spingendo altresì lo sviluppo delle realtà regionali e locali.
Come ci insegnano gli inglesi, la diretta conseguenza della pianificazione di una policy è la sua traduzione in una strategia di Azioni e Programmi. Due le linee direttrici: creazione di piani dedicati allo sviluppo delle economie regionali e locali (Interreg, Urbact) e sviluppo di programmi specifici dedicati alla cooperazione culturale (Programma Cultura, Lifelong Learning Programme, Capitali Europee della Cultura, eccetera). L’obiettivo finale è quello di integrare alla rete di sviluppo socio-economico delle realtà dell’Unione Europea la cultura quale elemento di dialogo, capace non solo di influenzare ma addirittura di dirigere le policy già in campo.
Attraverso il finanziamento di progetti culturali che abbiano un’accezione europea (il cosiddetto added value), si cerca di innescare quel processo di sviluppo che porterà l’Europa ad adottare appieno le strategie prefissate nella convenzione di Lisbona per il 2020.
Quindi: policy culturale trasversale, fissaggio di obiettivi specifici in vista di quelli fissati al 2020, traduzione della politica culturale europea in Programmi, Azioni e Fondi per lo sviluppo di progetti in ottica europea.
Se per l’Unione Europea la cultura è così importante, perché mi sembra che se ne parli ancora così poco in Italia? Mi rispondo dicendo che probabilmente è un capitolo talmente complesso dello sviluppo che a molti intimorisce l’idea di approcciarlo.
Proviamo a sbrogliare la matassa.
