Mi sento di riassumere il significato della parola festival in tre termini: edutainment, network e valorizzazione del territorio.
L’idea di creare eventi, unire persone e divertire sotto il segno di un tema comune è la miscela vincente di questa pratica periodica che recentemente (ma poi non così tanto) ha visto un incremento davvero sostanzioso non solo in regioni europee dove la cultura è realmente parte integrante e motore economico della società, ma anche in Italia, patria di un’arte più istituzionale e d’estrazione museale.
Non esiste uno schema unico e riconoscibile per rappresentare un festival culturale. Principalmente si tratta di una serie di eventi afferenti a una o più discipline che prendono posto in un ristretto arco temporale (solitamente dai due a sette giorni), interessano una o più aree generalmente limitrofe e hanno un filo conduttore solitamente designato dal tema prescelto. Questo il festival.
Non solo, data la sua natura inclusiva e la tendenza all’interdisciplinarietà degli eventi proposti, questa pratica culturale resta – a mio avviso – uno degli esempi migliori in cui la cooperazione diventa l’ago della bilancia per comprendere la positività e/o la negatività degli outcome generati dal progetto; in altre parole, una sinergia migliore tra gli operatori coinvolti porta a risultati migliori e viceversa.
Si è accorta della peculiarità e del desiderio di rivalsa della compagine festival l’Unione Europea, che ha scelto di indirizzare attenzioni speciali a questa tipologia culturale dedicandole un intero capitolo a sé all’interno del Programma Cultura; a partire dal 2010, lo strand 1.3.6 è prettamente dedicato a festival transnazionali (ça va sans dire) in cui i partner collaborano all’interno di un’unica edizione (annual projects) oppure per tre consecutive (three-year action plan).
Gli obiettivi e le strategie espresse all’interno del Programma Cultura si applicano anche ai festival: circolazione di opere ed operatori culturali all’interno del territorio europeo e promozione del dialogo interculturale. Il tutto agendo nella piena condivisione di obiettivi specifici, comunanza di azioni e piena cooperazione e collaborazione tra i partners. Non solo, ogni festival viene valutato secondo criteri specifici di contenuto e qualità, racchiusi sotto la dicitura criteri di assegnazione (award criteria), specificati come di seguito:
- valore aggiunto europeo e dimensione europea (così come specificato nell’articolo dedicato al Programma Cultura 2007-2013);
- qualità e innovazione del programma, sull’unicità, sui valori trasmessi e sull’impatto che il festival ha sui suoi stakeholders;
- impatto sull’audience ed i pubblici interessati, relativamente anche ai piani di comunicazione promossi ed ai media coinvolti;
- valore della partecipazione di professionisti europei e interscambi culturali tra loro, ovvero relativamente a workshop, seminari e partecipazione a tavole rotonde di artisti ed altri operatori culturali.
Tuttavia, esistono importanti differenze tra i bandi emessi nel 2010 per le edizioni dei festival 2011 e quelli promossi nel 2011 per l’anno successivo; tali differenze ci danno un’idea generica sulle intenzioni dell’UE e sulla direzione che il capitolo dedicato ai festival prende di anno in anno.
Innanzi tutto notiamo alcuni punti strategici comuni: la Commissione Europea e l’Agenzia Esecutiva (EACEA) desiderano portare avanti i valori dell’Agenda per la Cultura attraverso la promozione di festival che hanno già una buona esperienza in fatto di organizzazione e che hanno maturato una loro identità forte, tale da poter permettere di intraprendere un rapporto transnazionale solido e di forte impatto, di poter fronteggiare una cooperazione che effettivamente abbia la solidità economica e organizzativa per instaurare un dialogo ed uno scambio di cose e persone di valore. A tale fine l’UE richiede che la struttura coordinatrice abbia già all’attivo almeno 5 edizioni del festival proposto e che siano state presentate, per le edizioni proposta e precedente a quella attuale, opere non nazionali (non-national works, ovvero opere create da autori la cui madrepatria non sia quella della struttura organizzatrice) proventienti da almeno 7 paesi europei. Da ciò trapela l’intenzione della Commissione di fornire supporto economico (il cui massimale è fissato al 60% dei costi eligibili ed a prescindere non eccedenti i 100.000 €) a festival che hanno già ben presente cosa significhi coordinare ed organizzare i rapporti di scambio con operatori culturali provenienti dall’estero e che quindi sono già in grado di fronteggiare le sfide e gli ostacoli organizzativi che tale impresa comporta.
La principale differenza tra le informazioni richieste per il bando 2010 e quello del 2011 sta nella capillarità organizzativa che la struttura richiedente deve aver già messo in campo al tempo della richiesta di finanziamento: se nel 2010 venivano domandate informazioni sulle sette opere europee solo attraverso quantitativi, per il 2011 vengono richieste anche trasposizioni di testi dai cataloghi, percentuale di pubblico atteso, luoghi interessati dal festival, numero di biglietti venduti e stime di genere non solo per l’edizione precedente a quella richiesta ma anche all’attuale. Da ciò trapela la necessità da parte della Commissione di limitare ulteriormente la richiesta fondi, permettendo di selezionare strutture la cui organizzazione di festival è realmente solida e, soprattutto, comprovata da dati certi e quantificabili attraverso statistiche. In altre parole, si esorta indirettamente ad un utilizzo saggio ed efficace delle strategie organizzative all’interno di strutture culturali (business plan, budget previsionale, financial e management accounting, definizione di mission e vision imprenditoriali, riconoscimento di valori, ecc.).
Altra sostanziale differenza viene rappresentata dal budget. Già di per se la strutturazione di tale strumento è sintomo della necessità di sistematicità all’interno delle imprese culturali (faccio riferimento alla discronia che imperversa nell’associazionismo culturale italiano tra allocazione dei costi e spesa effettiva). Non solo, tra il 2010 ed il 2011 l’Unione Europea ha pensato di rendere ancora più capillare ed efficace tale strumento di valutazione economica.
Il budget 2010 comprendeva praticamente una sola schermata di inclusione costi, suddivisi in capitoli di spesa (costi diretti della programmazione, viaggi e sussidi, compensi per gli artisti, organizzazione di workshop, costi di traduzione dei cataloghi, comunicazione) e di entrata (biglietti, sponsor e partnership, quota richiesta all’Unione Europea). In altre parole, solo cifre, poco testo.
A differenza di ciò, il budget creato per il 2011 richiede una preparazione maggiore ed uno split dei costi effettivi, comprendente anche la descrizione di ogni spesa occorsa nella preparazione del festival. A tale scopo sono state create le etichette aggiuntive content of the budget, elenco puramente descrittivo per ogni capitolo di spesa e detailed estimated budget rappresentato invece da una tabella a più colonne all’interno delle quali suddividere i costi occorsi a seconda della loro appartenenza ai capitoli citati nell’etichetta precedente.
Ancora una volta, il budget riflette la necessità, espressa nel form digitale, di selezionare e filtrare ulteriormente le strutture richiedenti in base alla loro efficienza economica e programmatica, altresì definite sotto la dicitura criteri di selezione (selection criteria), comprendenti le capacità organizzativa e finanziaria della struttura (financial and organisational capability).
Il lavoro effettuato in tal senso dall’Unione è quello di portare avanti i valori espressi, rappresentativi della solidità del pensiero europeo, attraverso il lavoro di imprese davvero efficienti sul piano transnazionale, altamente riconoscibili come prodotti “made in Europe”.


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